[NaLug] Spreconi punto it

Fausto Napolitano nk a 81100.eu.org
Ven 23 Mar 2007 16:55:12 CET


da "L'Espresso" di oggi, 23 marzo 2007 ( sia cartaceo che telematico  
su http://spreconi.blog.espresso.repubblica.it )

Spreconi punto it
di Federico Ferrazza e Letizia Gabaglio
Un sito turistico da 45 milioni. Altri 37 per un portale culturale.  
Più centinaia di costosissime iniziative locali. E migliaia di pc  
regalati agli onorevoli. Così la pubblica amministrazione getta i  
soldi on line

Per favore, visitate il sito Web, per favore visitate l'Italia. Per  
favore, visitate il nostro paese: noi vi accoglieremo  
calorosamente... Il tormentone corre sul Web con un video in cui il  
vicepremier Francesco Rutelli, in un inglese non proprio da Oxford,  
invita gli stranieri a venire in Italia. Il leader della Margherita  
parla dall'ultimo sito della pubblica amministrazione: Italia.it, il  
portale del turismo italiano pensato per ospitare tutte le  
indicazioni utili per visitare il nostro paese. Indicazioni che  
l'Italia pagherà a peso d'oro: 45 milioni di euro è la somma  
stanziata per il progetto, la cui piattaforma tecnologica (7.850.040  
euro, Iva esclusa) è messa a punto dalle tre aziende che si sono  
aggiudicate il bando per la sua realizzazione Ibm, Its, e Tiscover.  
Una cifra impressionante soprattutto se si considerano i prezzi di  
mercato: con alcune centinaia di migliaia di euro al massimo si  
realizzano portali Internet con i fiocchi.

Il webmostro Italia.it è nato nella scorsa legislatura quando, nel  
2003, all'allora ministro per l'Innovazione Lucio Stanca venne  
affidato il compito di sostenere progetti 'di rilevanza strategica e  
di preminente interesse nazionale'. Così fu istituito il Fondo di  
finanziamento per i progetti strategici nel settore informatico. Per  
il periodo 2002-2004 il fondo ebbe 154,938 milioni di euro e nella  
finanziaria del 2004 si autorizzò la spesa di ulteriori 181 milioni e  
mezzo di euro per il 2004-2006. Con un decreto ministeriale del 28  
maggio 2004, il progetto 'Scegli Italia' (poi divenuto Italia.it)  
venne finanziato: 45 milioni di euro, appunto.

Ma è in questa legislatura che il portale vede la luce. E il 20  
febbraio 2007, ancora in fase di realizzazione, viene messo on line,  
in tempo per presentarlo alla Bit (Borsa internazionale del turismo),  
come fortemente voluto dal ministro per i Beni culturali Rutelli.  
Immediate le reazioni su Internet: molti blogger parlano di un  
progetto poco interattivo, con contenuti obsoleti e con evidenti  
errori di programmazione. Sul blog Scandalo Italiano  
(scandaloitaliano. wordpress.com), nato per l'occasione, ci sono  
gustosi resoconti di chi ha intrapreso un viaggio in Italia  
attraverso le pagine del portalone, pieno di errori, di traduzioni  
sommarie e con alcune stranezze (fra i personaggi toscani sono citati  
sullo stesso livello Dante Alighieri e il campione di scherma Aldo  
Montano...). E per il prossimo 31 marzo è stato organizzato un evento  
pubblico presso l'Università Bicocca di Milano (www.ritalia.eu) dove  
chiunque (programmatori, project manager, grafici, creativi etc)  
potrà intervenire per proporre migliorie al sito.

Ma Italia.it, in nome dello spreco digitale, ha pure un fratello  
gemello. Anzi, tanti fratellini. Infatti mentre nelle stanze del  
Ministero dell'Innovazione si preparava il sito turistico nazionale,  
nove regioni - poi diventate 12 - si mettevano d'accordo per  
realizzare, con le sovvenzioni dello Stato (legge 135/2001 "per il co- 
finanziamento di progetti dei sistemi turistici locali interregionali  
e sovraregionali"), un portale interregionale di promozione  
turistica. Capofila la Liguria, partecipanti: Basilicata, Calabria,  
Campania, Friuli, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana,  
Valle d'Aosta e Veneto. La domanda delle regioni venne accolta nella  
Dgr n.3304 del 21 novembre 2003 che stanzia i primi 200 mila euro.  
Praticamente un doppione di Italia.it, realizzato inoltre con un  
approccio quindi esattamente contrario a quello del sito ministeriale  
che prevedeva un sistema di prenotazione gestito a livello centrale.  
Il progetto per il portale interregionale è stato preso molto sul  
serio dalle regioni coinvolte, che hanno investito milioni di euro  
nella realizzazione di quei siti regionali che dovevano essere  
veicolati dal portale sovraregionale. Così, per esempio, la Puglia a  
novembre 2006 ha presentato solo agli operatori del settore (ma si  
può vedere all'indirizzo http://138.66.34.243/turismo/) il suo  
portale, finanziato con 3.273.719 euro, come si evince dal documento  
di programmazione per il turismo della regione che destina per l'anno  
2007 ulteriori 900 mila euro. Anche la Campania nel frattempo ha  
fatto il suo sito (www.turismoregionecampania.it) per un costo di  
3,719 milioni (più altri 3,5 milioni di euro per un portale "di  
supporto all'Internazionalizzazione nel bacino mediterraneo", finora  
non realizzato).

"Portali come Italia.it", spiega Marco Calvo, amministratore di E- 
Text, azienda che realizza siti Internet, "possono essere messi a  
punto al massimo con un milione di euro. Il problema sta nelle gare  
per l'assegnazione del progetto che richiedono fatturati minimi  
(dell'ordine dei 100 milioni di euro) sempre più alti da parte dei  
proponenti. Possono partecipare quindi sempre aziende molto grandi  
che fanno pagare anche il loro marchio. Ma la storia dell'informatica  
dimostra che i prodotti migliori arrivano da aziende molto piccole:  
Google, Skype, Kazaa e altri software che hanno rivoluzionato  
Internet sono nati dalla testa di un paio di persone".

Se il turismo genera sprechi pubblici in Rete, anche la cultura non  
scherza. Il caso di Internet Culturale (www.internetculturale.it) ne  
è un esempio. Nella scorsa legislatura per il sito vennero stanziati  
37,3 milioni di euro (7,1 dal comitato dei ministri per la Società  
dell'informazione e 30,2 dal ministero dei Beni culturali) per un  
progetto di un motore di ricerca (che quindi rimanda ad altri siti)  
per versioni digitali di opere di pubblico dominio (libri, musica e  
così via). Un intento lodevole se non che la Rete è piena di  
iniziative pubbliche e private che già assolvono questo ruolo. Forse  
era sufficiente un semplice accordo con una di queste realtà per  
risparmiare un bel po' di denaro. A realizzare la piattaforma del  
portale è stata la cordata formata da Ibm (azienda di cui era top  
manager Lucio Stanca prima di diventare ministro, e presente anche in  
Italia.it), Finsiel (società che dalla fine del 2005 ospita nel suo  
Cda Paolo Vigevano, ex capo della Segreteria Tecnica e consigliere  
politico di Stanca) e Società Servizi Bancari.

Mentre lo Stato spendeva 37 milioni, la Campania si faceva il suo  
sito culturale ad hoc (www.culturacampania.rai.it) costato altri tre  
milioni di euro. Peccato sia solo in italiano e per la promozione del  
patrimonio culturale campano non pare una scelta lungimirante.

Altrettanto antieconomico è il modo in cui sono stati realizzati i  
657 siti Web che fanno riferimento ai 25 ministeri e alla Presidenza  
del Consiglio. Se infatti 300 appartengono al ministero degli Esteri  
con le sue ambasciate, gli altri 357 hanno i compiti più disparati e  
sono realizzati ciascuno con una grafica diversa e con tecnologie  
diverse: se si fosse usato un solo modello per tutti si sarebbero  
potuti risparmiare milioni di euro. Peraltro i siti non sono neanche  
costruiti nel modo migliore. Usando lo strumento di valutazione del  
W3C (il consorzio internazionale che fra l'altro detta le linee guida  
per realizzare siti Web accessibili anche ai disabili) 'L'espresso'  
ha per esempio osservato che 15 siti (14 ministeri più quello del  
governo) non rispondono a tutti i requisiti del W3C: fra questi ci  
sono quello del ministero degli Esteri, della Giustizia, della  
Difesa, della Salute, delle Politiche comunitarie e dell'Ambiente. Ci  
sono poi tutti gli strafalcioni e le sviste sui contenuti. Una per  
tutte: il sito del ministero delle Infrastrutture ha le informazioni  
sulla viabilità stradale, ferroviaria, aerea e marittima ferme al  
settembre 2006.

E pensare che nel 2002 il ministero per l'Innovazione e le Tecnologie  
aveva introdotto dieci obiettivi sui quali orientare le attività  
negli anni successivi. A distanza di cinque anni solo uno è stato  
raggiunto (firma digitale); cinque hanno superato il 60 per cento di  
realizzazione (servizi on line prioritari, trasparenza, mandato di  
pagamento, uso dell'e mail e alfabetizzazione informatica), due hanno  
superato il 30 per cento (Carta di identità elettronica e Carta  
Nazionale dei servizi e servizi dotati di un sistema di soddisfazione  
dell'utente); dell'obiettivo di svolgere un terzo dell'attività di  
formazione via Internet (e learning) non c'è traccia e dell'e  
procurement (acquisto-vendita di beni) il Cnipa (Centro nazionale per  
l'informatica nella Pubblica amministrazione) consiglia una revisione  
in toto del progetto.

Se poi dai siti passiamo alle stanze dei ministeri, si va di in male  
in peggio. Secondo il Cnipa per l'acquisto di beni e servizi  
informatici nel 2005 lo Stato ha speso 1.676 milioni di euro. La  
spesa si concentra sulle grandi amministrazioni: sei (Economia e  
Finanze, Tesoro, Giustizia, Interno, Difesa, Inps e Inail) hanno  
impegnato il 66,5 per cento della dotazione informatica. Guardando  
poi il numero di computer per dipendente 'da ufficio' (cioè con una  
scrivania e a cui un pc può dare una mano) si scopre che in quasi  
tutti i ministeri ci sono più terminali che lavoratori, con picchi  
degni di una azienda che sviluppa software. Al ministero delle  
Politiche agricole ci sono per esempio 2,4 pc per dipendente, agli  
Esteri 1,6, al Lavoro 1,4 e alla Salute 1,4. E, come se non bastasse,  
molti di questi computer vengono usati solo come macchine da  
scrivere: solo il 48,3 per cento delle postazioni della Pubblica  
amministrazione centrale è collegato a Internet. Ma anche se fossero  
connessi, quanti sarebbero stati in grado di usarli? Pochi, molto  
pochi. Fra tutte le amministrazioni centrali solo tre (Agenzia delle  
Entrate, Carabinieri e Presidenza del Consiglio) hanno più del 50 per  
cento dei dipendenti a bassa formazione informatica.

La spesa informatica per postazione è in media, fra le  
amministrazioni centrali, di quasi 4.500 euro, anche qui con dei  
picchi interessanti: l'Agenzia per le erogazioni in agricoltura ha  
speso (nel 2005) 199 mila per postazione, un cifra da sommare ai 123  
mila euro del 2004; alle Politiche fiscali hanno speso (nel 2005)  
21mila euro, al Tesoro 11 mila e all'Istruzione 9 mila.

Non contento, lo Stato regala soldi a deputati e senatori per dotarsi  
di strumenti informatici: i primi hanno la possibilità di spendere  
fino a 3 mila euro in una legislatura, i secondi 4 mila. Denari  
pubblici con cui gli onorevoli si fanno un paio di ottimi pc  
portatile, presumibilmente, visto che in Parlamento hanno tutte le  
postazioni fisse che vogliono. Gli acquisti informatici della Pa  
vengono effettuati con trattativa privata per il 32 per cento del  
volume di spesa, con gara nel 30 per cento, e intorno al 28 per cento  
con affidamento 'in house', cioè tramite società di proprietà  
pubblica con cui le amministrazioni hanno un accordo (per esempio  
Sogei e Aci Informatica) e in convenzione solo per circa il 10 per  
cento della spesa. Per favorire la razionalizzazione della spesa il  
Consip, una società per azioni del ministero dell'Economia, è stato  
incaricato di stipulare delle convenzioni con fornitori scelti da  
esperti dell'ente sulla base del rapporto qualità-prezzo oppure  
attraverso un mercato virtuale (www.acquistiinretepa.it) dove i  
fornitori, una volta registrati, possono pubblicare i loro listini.  
Molto attivi su beni e servizi tradizionali, gli esperti del Consip  
non si sono però ancora misurati a pieno con il reparto informatico.  
Poche le convenzioni stipulate, ma anche sfogliando queste poche si  
può capire come il sistema di acquisto in convenzione, se solo fosse  
sfruttato a pieno, si tradurrebbe in un risparmio. Un pc da tavolo di  
ultima generazione con schermo piatto, per esempio, non costa più di  
550 euro, stesso prezzo che si paga per un portatile. Il pacchetto  
Office di Windows, l'unico fornitore di software per ora considerato,  
costa intorno ai 300 euro. Ma senza convenzione, come vengono fatti  
la maggior parte degli acquisti, i prezzi schizzano. E, per esempio,  
per un pacchetto Office più antivirus si possono spendere quasi 800  
euro.

Da queste cifre è facile intuire che i costi informatici potrebbero  
essere abbattuti. E di molto. Soprattutto guardando il software.  
Un'associazione di Caserta , la Hacklab, ha lanciato in merito una  
petizione on line (http://81100.eu.org/petizione/) che ha già  
raccolto quasi 5 mila firme per chiedere al governo di puntare più  
sul software open source (gratis e replicabile per tutte le  
amministrazioni a costo praticamente nullo) per abbattere gran parte  
dei costi degli applicativi che nel 2005 hanno toccato quota 474  
milioni di euro. "Guardando le spese informatiche nella pubblica  
amministrazione", dice Giorgio Sebastiano di Adiconsum, "viene da  
chiedersi: perché non c'è un unico software per tutti i comuni che  
per esempio gestisca l'operatività standard? Perché ogni comune ha  
fatto una gara per comprare un programma che sarebbe potuto essere  
acquistato a livello centrale consentendo risparmi notevoli?". Un  
esempio sono i cosiddetti software Gis (Geographic Information  
System) utili per la navigazione. Ogni amministrazione, centrale o  
locale, ne acquista uno a un prezzo variabile, nella maggior parte  
dei casi, da circa 10 mila a 20 mila euro. Senza contare che ne  
esistono di gratis in Rete, lo Stato ne potrebbe acquistare uno da  
girare a tutte le amministrazioni. E invece ogni regione, provincia o  
comune conduce una trattativa separata.

Intanto le amministrazioni locali producono nuovi portali a suon di  
milioni. In Lombardia, per esempio, il sito della Regione (www.  
regione.lombardia.it) è costato 1.291.513 euro (790 mila finanziati  
dallo Stato). L'Italia è poi il paese delle piccole comunità ed ecco  
allora i progetti delle reti civiche. In Sicilia queste iniziative  
sono 46 per un totale di 33 milioni di euro di finanziamenti. Il  
valore unitario è variabile: da poco più di 160 mila euro del  
progetto per la rete civica di Alcantara presentato dal Comune di  
Roccella Valdemone al piano del Comune di Castrofilippo che, insieme  
ad altri 13 municipi della provincia di Agrigento, ha dato vita al  
progetto Mercurio per una sovvenzione di un milione. Oppure c'è il  
progetto Eureka del Comune di Siracusa, valutato 1,2 milioni di euro  
e oggetto di gara a gennaio 2006 aggiudicata per una cifra superiore  
agli 800 mila euro. Ma del sito, per ora, non ci sono tracce.



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